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Rebecca Moccia Catarifrangente


di Jessica Bianchera




catarifrangènte agg. e s. m. [comp. di cata- e rifrangente, part. pres. di rifrangere] – Gemma c. o dispositivo c., e oggi più comunem. catarifrangente s. m., lo stesso che catadiottro, dispositivo costituito da un gran numero di particolari lenti uguali (anch’esse dette catadiottri) ricavate su una placca di vetro o di plastica, adoperato per segnalazioni stradali notturne, soprattutto per delimitare le sagome dei veicoli o di ostacoli che fiancheggiano la strada.

catarifrangènza – Fenomeno per il quale una gemma o un dispositivo ottico (detto catarifrangente) rinviano la luce che li colpisce nella stessa direzione da cui essa proviene.

Nel complesso orizzonte di ricerca di Rebecca Moccia si intrecciano lo studio della relazione – sociale, culturale, filosofica, mediale – tra immagine, immaginazione e umanità; l’osservazione e la sperimentazione di meccanismi narrativi e meta-narrativi; la riflessione sul valore e sulle strategie documentali e documediali in ambito artistico ed extrartistico. Questi tre “macro ambienti” della sua riflessione artistica e intellettuale non solo rappresentano soggetti d’indagine ampi, che permettono continue e necessarie interferenze o derive, ma offrono altresì all’artista la possibilità di dare declinazioni multiple ai risultati che ne conseguono, spaziando dalla scultura al video, dalla fotografia alla performance, dal disegno all’installazione. Tuttavia, non è qui che si esaurisce il valore del lavoro di Rebecca Moccia: la proliferazione di linguaggi, la capacità di lavorare con differenti media in maniera quasi indifferente, è ormai caratteristica consustanziale (con le dovute eccezioni) del fare artistico delle nuove generazioni. Ciò che è più autentico e fertile nelle sue modalità di approccio alla ricerca e alla produzione artistica è soprattutto la volontà programmatica di metterne tutte le fasi e i risultati a sistema, imbastendo progetti che non costituiscono momenti autoconclusivi ma si dispiegano come una narrazione continua, fatta di filoni principali e appendici, ma sostanzialmente espansa fino a includere la comunicazione delle varie fasi o del progetto globale (utilizzando per esempio i social network come contesto narrativo); le occasioni espositive, pensate come dispositivi in cui le opere concorrono al funzionamento di mostre che sono opere esse stesse; le modalità di relazionarsi con il sistema dell’arte ampliando la riflessione dal personale (come Rebecca Moccia si relaziona e agisce all’interno del sistema dell’arte) all’universale 

(come gli artisti oggi possono relazionarsi e agire all’interno del sistema dell’arte in maniera nuova e in linea con le istanze socio-culturali dell’epoca in cui viviamo). All’interno di questo stratificato organismo creativo, viene naturale partire dall’immagine. Dopotutto dall’arte ci aspettiamo immagini. Dopotutto viviamo nel tempo dei social network, i quali fondamentalmente funzionano per immagini e proprio per questo il nostro approccio al mondo si basa oggi essenzialmente sulla fruizione di immagini, con una riduzione sempre maggiore del testo e spesso anche del contenuto. Un lavoro particolarmente acuto in questo senso è Un linguaggio inaudito (2013-2019): ciò che l’artista va ricercando qui è un linguaggio molto vicino al disegno, da scrivere ma che non necessariamente si presenta come leggibile. “L’obiettivo è fare esperienza di un tempo in cui i segni linguistici prendevano la loro prima forma, in cui la linguistica nasceva da una necessità logico-poetica. Per confrontarsi con il rischio d’impoverimento cui è esposto il linguaggio ci si è avvicinati qui a ogni parola come se fosse una persona, una soggettività composta di caratteristiche fisiche, in grado di fare esperienze e avere relazioni. Dopo aver scelto coppie di sostantivi sinonimi e di genere opposto, si è lavorato, con il coinvolgimento di un calligrafo, sul carattere e la forma della loro traduzione grafica, tentando di metterne in luce le differenti personalità segniche e semantiche” (Rebecca Moccia). Una delle declinazioni tematiche di questa serie è, quindi, proprio la riduzione della parola a immagine, il porre l’attenzione sul significante (il segno grafico) a discapito del significato, che non viene dimenticato né relegato ad affare secondario, ma che è ora veicolato in primis dalla forma, dall’aspetto esteriore (afferrabile con il solo vedere) e solo poi si presenta l’eventualità in cui, riuscendo a leggerla (e arrivando quindi al guardare), la parola ci possa confermare la sfumatura di significato di cui il segno è veicolo. In un certo senso è come restituire alle idee e alla poesia la loro forma fisica per renderle nuovamente fruibili da un pubblico abituato a fermarsi in superficie. “Interessante in questo senso l’utilizzo opposto della parola nella ricerca concettuale in cui il segno è totalmente testo e mai immagine” (Rebecca Moccia).

La parola diventa così uno strumento dell’artista in un’invasione di campo che tocca la linguistica e l’ambito letterario in generale, avvicinandosi forse agli esperimenti di certa poesia visiva ma in una declinazione del tutto contemporanea. 



Ne è esempio anche Coraggio, progetto che guarda al mondo del writing senza prestare attenzione, questa volta, al tema del lettering (l’elaborazione creativa della firma dell’artista di strada che trasforma il proprio nome in un esercizio di stile) ma sottolineandone piuttosto il valore di opera pubblica. Coraggio è una scritta in smalto bianco sul tetto di un edificio in Piazza Piemonte a Milano – non visibile dalla strada ma solo dagli edifici della piazza o dal satellite – realizzata da Rebecca durante un giorno di pioggia. I contorni della parola si sono immediatamente sbavati rivelando “la vulnerabilità che coesiste insieme al coraggio in ogni atto di rivendicazione” (Rebecca Moccia). In questo caso si tratta quindi di un’immagine che oltre a svelare nuovi significati trascendendo la definizione “da dizionario” del termine, sabota la natura dell’intervento celandosi alla vista del passante occasionale perché visibile solo dall’alto. Così l’artista sottrae il messaggio ai suoi destinatari, ne altera la funzione contingente per assegnarla alla sfera del trascendente. Non sono quindi solo la scritta “coraggio” e il suo messaggio a essere oggetto di indagine artistica, ma è soprattutto un meccanismo, è il funzionamento stesso della comunicazione a essere smontato, defunzionalizzato e ricostruito secondo nuove logiche. Ciò che interessa a Rebecca Moccia in effetti è, come inizialmente accennato, indagare quella particolare relazione che si instaura tra l’immagine e il soggetto comune e tra questi e il mondo dell’arte considerando, oltre alle immagini di cui siamo fruitori, anche le immagini di cui siamo produttori. Grazie appunto ai social network e alle nuove tecnologie (smartphone, tablet, etc.), oggi non siamo solo avidi fruitori di immagini ma ne siamo anche produttori compulsivi. Utilizziamo le immagini per raccontare delle storie, le nostre, per come sono o per come vorremmo che fossero. Utilizziamo le immagini per proiettare al di fuori di noi stessi un’identità idealizzata, edulcorata, spesso vera solo nella finzione narrativa del nostro profilo social. L’attenzione nei confronti delle immagini si sposta allora, in Rebecca Moccia, all’ambito della narrazione, all’evoluzione che i sistemi narrativi vivono non solo in base ai temi descritti ma anche in base ai contesti. Così, il lavoro dell’artista diventa una meta-narrazione, attinge dai sistemi narrativi attuati da lei stessa o da terzi, per esplicitarne le modalità attraverso cui “il racconto nelle sue diverse declinazioni digitali e analogiche, un’immagine e/o un evento collettivo possono assumere caratteristiche mitopoetiche e far assumere un valore inaspettato a un’esperienza comune” (Rebecca Moccia). 


Catarifrangente si inserisce proprio in questo lungo interrogarsi sui meccanismi della comunicazione in generale e della narrazione in particolare mettendo a sistema una serie di lavori (tra cui quelli menzionati) che, proprio come recita la definizione del termine riportata in apertura a questo testo, funzionano come un unico dispositivo di rifrazione: dell’immagine, del significato, del messaggio, del contenuto. Al piano superiore la condizione di “catarifrangenza” viene introdotta da opere come Fireworks, disegni di fuochi d’artificio che “simboleggiano la portatilità (il piccolo nel grande e il grande nel piccolo), la precarietà, l’intangibilità proprie della poesia” (Christian Caliandro) e insieme parlano della condizione dei giovani artisti oggi che “vivono in case condivise di progetti irrealizzati; che producono arrangiati nei seminterrati umidi e che, elaborazioni sofisticate, di materiali pregiati, precisi, non possono permettersele. Gente che tutto quello fa se lo porta dietro (non esiste magazzino), non è (quasi mai) venduto o vendibile, anzi che spesso è solo un’immagine regalata, una sensazione, una temperatura, qualcosa che si esaurisce in maniera semi-istantanea, resta in un Mac, nel telefono, in tasca…” (Rebecca Moccia). I disegni Fireworks, che proprio alla luce di questa condizione esistenziale, di cui si fanno immagine e simbolo, sono oggetto di una disseminazione libera, estranea al sistema dell’arte: circolano sui treni e i tram del mondo in una sorta di “art-sharing” partito da Venezia e poi diffuso fin dove chi è entrato in possesso di uno di essi ha voluto portarlo. Qui si presenta una delle possibilità di evasione, o meglio di relazione alternativa di Rebecca con il sistema dell’arte. Fuori dalle gallerie, fuori dal mercato per entrare invece nel mondo. Al piano interrato la “catarifrangenza” muta invece in coesistenza dialettica di opposti dividendo le opere secondo gli attributi “acceso” e “spento” per arrivare, attraverso l’espediente delle differenti condizioni di luce e della distribuzione dei lavori in base alla predominante cromatica chiara o scura, a parlarci di una condizione esistenziale diffusa. Così, se la nostra attenzione, il nostro pensiero, le nostre emozioni sono ogni giorno alternativamente accese e spente nel complicato sistema mediatico di immagini, narrazioni, documentazioni compulsive di ogni azione ed evento (oggetto di approfondimento nell’appendice dedicata al progetto per ArtVerona Documentalità), la speranza ora è di uscire di qui “catarifragenti”.






Rebecca Moccia Catarifrangente


by Jessica Bianchera



reflectiveadjective – A reflective surface sends back most of the light that shines on it and can therefore be seen easily.

[there is no corresponding term in English for “catarifrangenza”]
In Rebecca Moccia’s complex horizon of research three elements interweave with each other: the study of the relationship –social, cultural, philosophical, medial– between image, imagination and humanity; the observation and experimentation of narrative mechanisms and meta-narratives; the reflection on the meaning of value and documentary strategies in the artistic and extra-artistic fields. These three “macro environments” of her artistic and intellectual consideration, represent the subjects of an extensive investigation, which allow continuous and necessary interferences or drifts. They also offer the artist the possibility to give multiple declinations to the derived results, ranging from sculpture to video, from photography to performance, from drawing to installation. However, it is not here that the value of Rebecca Moccia’s work is exhausted. The proliferation of languages and the ability to work with any media almost indifferently, is now a consubstantial characteristic (with the necessary exceptions) of the artistic work of the new generations. What is most authentic and fertile is, above all, her will to systematically organise all the phases and findings of her approach to research and artistic production.  Her projects do not constitute auto conclusive moments, but unfold and expand, as a continuous narration made up of main streams and appendices (for example using social networks as a narrative context), to include communication of the various phases or the global project. Exhibitions are designed as devices in which the artworks contribute to the functioning of the show which is an artwork itself. The relationship with the art system broadens a reflection evolving from the personal (how Rebecca Moccia relates and acts within the art system) to the universal (how artists today can relate and act within the art system in a new way according with the socio-cultural instances of the era in which we live). Within this stratified creative organism, it is natural to start from the image. After all, we expect images from art.  After all, we live in the time of social networks, which basically work by images and, for this reason, our approach to the 

 world today is essentially founded on the enjoyment of images, with an increasing reduction of the text and often also in the content. A particularly acute artwork in this sense is Un linguaggio inaudito [An unheard language] (2013-2019): here, the artist is looking for a language very close to drawing, that can be written but which does not necessarily look readable. “The objective is to experience a time when linguistic signs took their first form, in which language was born from a logical-poetic necessity. To confront the risk of impoverishment to which the language is exposed here we have approached every word as if it were a person, a subjectivity composed of physical characteristics, able to experience and have relationships. After choosing pairs of synonymous nouns and of opposite genre we worked, with the involvement of a calligrapher, on the characteristic and form of their graphic translation, trying to highlight the different sign and semantic personalities” (Rebecca Moccia). One of the topics of this series is, therefore, precisely the reduction of the word to the image: the attention is on the signifier (the graphic sign) at the expense of the meaning. The meaning is not forgotten nor relegated to secondary business, but it is now conveyed in primis by the shape, by the external aspect (understandable with just seeing). Only then the word presents the eventuality where, managing to read it (and coming to look), the word can confirm the nuance of meaning of which the sign is vehicle. In a certain sense it is like giving back a physical form to ideas and poetry in order to make them usable again by an audience accustomed to stop on the surface. “In this sense it is interesting the opposite use of the word in the conceptual search in which the sign is totally text and never image” (Rebecca Moccia). The word thus becomes an instrument of the artist in a pitch invasion that reaches the linguistics and the literary sphere in general, perhaps approaching experiments of some visual poetry but in a totally contemporary declination.  An example is also Coraggio [Courage], a project that looks at the world of Writing without paying attention, this time, to the theme of lettering (the creative elaboration of the signature of the street artist who turns his name into an exercise in style) but rather emphasizing the value of public work. Coraggiois a writing in white enamel on the roof of a building in Piazza Piemonte in Milan



– not visible from the street but only from the square surrounding buildings or the satellite – made by Rebecca during a rainy day. The contours of the word were immediately dispelled revealing “the vulnerability that coexists together with the courage in every act of claim” (Rebecca Moccia). Therefore, the image in this case, in addition to revealing new meanings transcending the definition “by dictionary” of the term, sabotages the nature of the intervention hiding from the sight of the occasional passer-by because visible only from above. Thus the artist subtracts the message from its recipients and alters its contingent function to assign it to the sphere of the transcendent. Therefore, it is not only the writing “courage” and its message to be object of artistic investigation, but it is above all a mechanism. It is the very functioning of the communication to be disassembled, defunctioned and rebuilt according to new logics. What interests Rebecca Moccia in fact is, as initially mentioned, to investigate that particular relationship that is established between the image, the common subject and the world of art, considering, in addition to the images we use, also the images we produce. Thanks to social networks and new technologies (smartphones, tablets, etc.), nowadays we are not only greedy users of images but also compulsive producers. We use images to tell stories, our own stories, how they are or how we want them to be. We use images to project out of ourselves an idealized, sweetened identity, often true only in the narrative fiction of our social profile. The attention to images moves then, in Rebecca Moccia, to the domain of narration, to the evolution that narrative systems live not only according to their described topic but also according to their contexts. Thus, the work of the artist becomes a metanarrative. It takes from the narrative systems put into action by herself or by third parties, to clarify the modalities through which “the narrative in its different digital and analogue versions, an image and/or a collective event, can assume mythopoetic characteristics and give an unexpected value to a common experience” (Rebecca Moccia). Catarifrangente is inserted in this long questioning about the mechanisms of communication in general and narration in particular. It systematically organises a series of works (including those mentioned)

that, just as the definition of the term given in the opening to this text, function as a single refractive device: of the image, of the meaning, of the message, of the content. Upstairs the condition of “reflexivity” is introduced by works such as Fireworks, drawings of actual fireworks that “symbolize the portability (the small in the big and the big in the small), the precariousness, the intangibility proper of the poetry” (Christian Caliandro). Overall, they speak about the condition of the young artists nowadays who “cannot afford sophisticated elaborations, of precious, precise materials and live in shared houses of unrealized projects, rigged up in wet basements. People who carry behind everything they do (there is no warehouse), which is not (almost never) sold or saleable. Rather often, it is only a gift image, a feeling, a temperature, something that runs out in a polaroid, it stays in a Mac, phone, pocket…” (Rebecca Moccia). The drawings Fireworksare image and symbol of this existential condition, in the light of which they become object of a free dissemination, alien to the art system. They circulate on the trains and trams of the world in a sort of “art-sharing” started in Venice and then spread as far as those who came into possession of one of them wanted to bring it. Here comes one of the possibilities of evasion, or rather Rebecca’s alternative relationship with the art system. Outside the galleries, out of the market to enter the world instead. At the basement “reflexivity” turns into dialectical coexistence of opposites dividing the artworks according to attributes “turned on” and “turned off”. It than arrive to speak to us of a diffused existential condition, through the expedient of the different light conditions and the distribution of the works according to the predominant light or dark colour. So, if our attention, our thought, our emotions are alternatively turned on and off every day in the complicated media system of images, narratives, compulsive documents of every action and event (object of deepening in the appendix dedicated to the project for ArtVerona Documentalità), the hope now is to get out of here “reflective”.