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Giulio Squillacciotti EURAMIS


di Jessica Bianchera









 



Il lavoro di Giulio Squillacciotti, secondo le modalità attraverso cui lui stesso lo definisce, si basa sull’indagine di narrative possibili, che includono la sofisticazione di eventi reali di matrice storico-antropologica, la rielaborazione degli apici culturali e la maniera in cui le tradizioni assumono nuove forme cambiando contesto. Usando il film, il documentario, l’audio e la scenografia e attraverso una ricerca di stampo accademico, Squillacciotti produce indagini che rivisitano la storia, costruendo nuove narrative a partire da prospettive soggettive, racconti, reperti, credenze religiose e cultura popolare. EURAMIS raccoglie una serie eterogenea di materiali prodotti in relazione a un elemento specifico – la figura dell’interprete – appartenente a un ampio progetto di ricerca e studio nato a partire dall’installazione Friends, Indeed, realizzata alla Van Eyck Academie di Maastricht nel 2019 e soggetto della trasposizione cinematografica What has left since we left (film prodotto per Italian Council, in concomitanza con la mostra). L’artista immagina uno scenario futuro in cui tre soli Paesi sono rimasti nell’Unione Europea e si apprestano a decretarne il definitivo scioglimento:


Maastricht, Paesi Bassi, 2032. Anni dopo la caduta dell’Unione Europea, solo 3 stati di coloro che nel 1992 avevano firmato il trattato di Maastricht ne alimentano il fantasma e si riuniscono ogni settimana nella stessa sala del Limburg Provincial Building. Un’interprete, dalla sua cabina di traduzione ‒ filtrando in maniera non più neutrale ciò che viene detto nella sala ‒ li aiuta a trattare e ad affrontare frustrazione e senso di perdita.


Attraverso una serie di similitudini che mettono in relazione i grandi problemi dell’Europa con i rapporti di parentela e le dinamiche familiari, i tre personaggi ‒ mascherati da politici ‒ affrontano una crisi d’identità che può essere superata solo riconoscendo ciò che non è più, ciò che rimane e ciò che ancora può essere. (G.S.)


La mostra si concentra sul ruolo e la figura dell’interprete: di qui il titolo EURAMIS, che deriva dal nome del Translator’s Workbench utilizzato dai servizi di traduzione del Parlamento europeo, un sistema di risorse informatiche che riducono il rischio di errore umano e accelerano la produzione dei testi, permettendo agli interpreti di riutilizzare selettivamente il contenuto delle memorie di traduzione. 

Significativamente il termine “euramis” è composto dal prefisso “eur”, che rimanda chiaramente a “Europa”, e dalla parola francese “amis”, “amici”, assumendo così il significato di “amici dell’Europa” in perfetta sintonia con il concept generale del progetto e in particolare con Friends, Indeed. Come in quel caso, il focus è sulla rielaborazione narrativa del fatto ‒ lo scioglimento dell’Unione Europea in un futuro immaginifico ‒ attraverso il filtro dell’interprete che, in completa contraddizione con il proprio ruolo, smette di essere una presenza assente, una figura da “dietro le quinte” chiamata ad affrontare la propria funzione in maniera distaccata e asettica, per diventare invece mediatrice consapevole e testimone attiva.





Lungi dall’essere un personaggio secondario di questa messa in scena, l’interprete assume così una posizione di importanza strategica, identificandosi come narratore interno che dà voce alla rielaborazione intellettuale del regista e incarna il pensiero dell’artista. La donna, infatti, racconta in un’intervista la sua esperienza e la descrive come se si fosse trattato di una seduta di terapia familiare in cui lei stessa avrebbe avuto parte attiva e in cui risulta evidente una profonda ambiguità tra il reale, il non reale e il possibile.

Ciò che viene restituito allo spettatore è un racconto emozionale che, calando nell’esperienza comune i fatti, rende molto più comprensibile il dramma di una lenta deriva dell’Unione Europea, che ha come esito finale il definitivo scioglimento nel 2032, ma che era iniziata proprio nel momento in cui il suo paese di origine, il Regno Unito, aveva deciso di uscirne. Così, la traduzione delle parole dei rappresentanti dei paesi rimasti (significativamente tre come i tre Pilastri che regolavano le politiche dell’Unione Europea fino al trattato di Lisbona del 2009), diventa vera e propria interpretazione traslando dal contesto politico a quello delle relazioni personali (le lotte matrimoniali, l’orgoglio e il desiderio di un’eredità, l’identità e il sentimento di perdita, la tensione tra ciò che è considerato giusto e l’amore incondizionato che si suppone avere per la propria famiglia).





Il significato stesso dei termini “tradurre” e “interpretare” viene sottoposto a interrogazione, sottolineando quanto lontano possa essere dall’idea di un procedimento esatto e automatico per estremizzarne invece la componente affidata al libero esercizio del pensiero e alla scelta di significati che possono cambiare sostanzialmente l’esito finale di una trattativa. Ma se nel film la figura dell’nterprete sfuma per lasciare che il mondo proiettato dal suo racconto prenda il controllo della realtà cinematografica, permettendo ai tre politici
di confrontarsi finalmente con compassione e umanità, e se nell’installazione del 2019 di lei appariva solo una cabina vuota e un monitor su cui scorreva lentamente la trascrizione di quell’intervista immaginaria che è il cuore della metanarrazione di Squillacciotti, in EURAMIS la sua identità e il suo ruolo si moltiplicano, non solo facendosi suono e immagine, ma concretizzandosi in una proliferazione di oggetti relazionati alla sua figura che si trasformano
in veri e propri feticci.






Giulio Squillacciotti EURAMIS


by Jessica Bianchera




The work of Giulio Squillacciotti, according to the modalities through which the artist himself defines it, is based on the exploration of possible narratives, which include the sophistication of real events of historical anthropological origin, the reworking of cultural apexes and the way in which traditions assume new shapes by changing context. Using film, documentary, sound and scenography and through an academic research study, Squillacciotti produces enquiries that reinterpret history, constructing new narratives from subjective perspectives, stories, finds, religious beliefs and popular culture. EURAMIS takes in a heterogenous series of materials which have been produced in relation to a specific element – the figure of the interpreter – and which belong to a wide research project and study originated out of the installation Friends, Indeed, created at the Van Eyck Academie in Maastricht in 2019 and subject of the cinematic transposition What has left since we left (the film produced for the Italian Council, in conjunction with the exhibition). The artist imagines a future scenario in which only three States remain in the European Union and are about to ratify its definitive dissolution:


Maastricht, the Netherlands, 2032. Years after the collapse of the European Union, only three States of those who signed the Maastricht Treaty in 1992 nurture its ghost and meet every week in the same room of the Limburg Provincial Building. An interpreter, from her translation booth ‒ filtering in a no longer neutral way what is said in the room ‒ helps them to negotiate and to deal with frustration and a sense of loss.


Through a series of similarities that connect big problems of Europe with family relations and dynamics, the three characters ‒ disguised as politicians ‒ face an identity crisis which can be overcome only by recognizing what is no longer there, what is left and what may yet be. (G.S.)

The exhibition focuses on the role and figure of the interpreter, therefore the title EURAMIS, which stems from the Translator’s Workbench used by translation services in the European Parliament, a system of IT devices which reduce the risk of human error and quicken the text production, allowing interpreters to selectively reuse the content of the translation memory. Significantly, the term “euramis” is composed by the prefix “eur”, which clearly refers to “Europe”, and the French word “amis”, “friends”, thus meaning “friends of Europe” and perfectly matching the general concept of the project and in particular Friends, Indeed. Similarly to that case, here the focus is on the narrative reworking of an event ‒ the dissolution of the European Union in an imaginary future ‒ through the filter of the interpreter who, in direct contradiction to her own role, stops being an absent presence, a figure “behind the scenes” requested to fulfil her function in a detached and impersonal way, to become instead an aware mediator and active witness.



 Far from being a secondary character of this mise en scène, the interpreter gains then a strategic position, identifying herself as an internal narrator that gives voice to the film director’s intellectual reworking and embodies the artist’s thought. The woman narrates her experience in an interview and describes it as it would have been a family therapy session in which she would have played an active role and in which it is evident a deep ambiguity among the real, the unreal and the possible. What is given the spectator back is the emotional narration that, attaching facts to the common experience, makes much more intelligible the drama of a slow end of the European Union, whose final result is its definitive dissolution in 2032, but whose starting point was exactly the moment in which her native country, the United Kingdom, decided to leave. So, the translation of the words of the representatives of the remained States (significantly three, as the three pillars that determined the policies of the European Union until the Lisbon Treaty in 2009) becomes a real interpretation converting from the political context to the one of the personal relations (matrimonial strife, the pride and desire of inheritance, the identity and sense of loss, the tension between what is considered right and the unconditional love that presumably one has for one’s own family).

The meaning itself of the words “to translate” and “to interpret” is under examination, underlining how far it might be from the idea of a proper and automatic procedure. the point is to exaggerate the component assigned to the free exercise of reason and to the choice of meanings, which can substantially change the final outcome of a negotiation. Yet, if in the film the figure of the interpreter blurs letting the world mirrored by her narration take control of the cinematic reality, allowing the three politicians to finally discuss with compassion and humanity, and if the 2019 installation represented her only through an empty booth and a monitor which slowly displayed the transcription of that fictional interview, which is the heart of Squillacciotti’s metanarrative, in EURAMIS her identity and role are multiplied, not only becoming sound and image, but also being concretely transformed into a proliferation of objects related to her figure, which turn into real idols.