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Chiara Ventura Corpo Limite


di Silvia Concari






Mai come in questa occasione Spazio Cordis, ex ambulatorio cardiologico e quindi specializzato nella cura del corpo, ha ospitato un intervento site-specific: le performance di Chiara Ventura (Verona, 1997), infatti, utilizzano il corpo come strumento privilegiato di ricerca.

La mostra Corpo Limite indica un percorso di decostruzione dell’interiorità in funzione dell’ascolto fisico e psichico di sé e dell’incontro, sempre problematico, con il mondo circostante.

Il corpo presentato è un corpo del quotidiano, lontano da ogni idealizzazione, desessualizzato, talvolta legnoso e impacciato nei movimenti, capitato quasi casualmente davanti alla macchina da presa. È un corpo concepito come unità di misura nella conoscenza del mondo interno ed esterno, non con le modalità antropocentriche e rassicuranti dell’uomo vitruviano o rinascimentale, ma con l’incompletezza e i limiti dell’uomo contemporaneo. 


“Corpo limite” significa dunque questo: corpo come unità di misura dell’artista nello spazio e nel tempo ma contemporaneamente anche limite, confine che porta l’uomo alla conoscenza di sé. Il corpo diventa anche strumento per raccontare la difficile relazione con l’altro. Le azioni si spingono verso territori psichici complessi, rappresentativi della fatica, dello sforzo adattativo, degli ostacoli da superare nell’esistenza umana.


Nella performance Mi metto all’angolo, documentata da un video e da sei fotografie, la volontà dell’artista è quella di decentrarsi e di mettersi in empatia estetica con l’angolo, spazio in sintonia con la propria interiorità.



Chiara si fa vedere al margine di luoghi anche affollati, dove il via vai della gente si concentra altrove; l’angolo consente così di far risuonare visivamente l’emarginazione, anche come denuncia sociale. La performance si interrompe quando qualcuno si accorge di lei: l’angolo è infatti il punto di incontro tra due pareti e quando l’artista incontra l’altro, la sua emarginazione smette di avere senso. 


Chiara si muove lungo il crinale tra positive esperienze esistenziali e sofferenza psichica: indaga il confine labile tra attitudine introspettiva del soggetto, che fa di sé l’oggetto di studio, e auto-osservazione morbosa. In Psicopeso sessantacinque l’attenzione è centrata sull’interferenza di un pensiero nella vita di ogni giorno. L’artista è ossessionata dal pensiero di pesare fisicamente. Questo pensiero interferisce nevroticamente sulla sua quotidianità, frammentando e disorganizzando il tempo, scandito dall’azione di pesarsi, nel corso di sette giorni, ogni sessantacinque minuti, sessantacinque volte. Si tratta di una numerologia controllante e pianificante, come difesa mentale e comportamentale, al fine di abituarsi e convivere con la difficoltà di adattamento alla vita. 
Questa ossessività rimanda alle tematiche del Disturbo del Comportamento Alimentare, ma anche alla compulsività, intesa come azione ritualizzata che ha il fine di controllare l’ansia e di limitarla. Nelle performance emerge chiaramente sia la dimensione spaziale, che quella temporale. Il tempo è scandito da azioni che si ripetono e che occupano un numero definito e calcolato di minuti e di ore, tanto che in alcune esecuzioni il tempo viene minuziosamente riportato su un cartiglio lasciato sul luogo dell’azione performativa.






L’artista, con questo gesto, vuole infatti “marchiare” il luogo, lasciare la testimonianza scritta del suo passaggio con il peso del proprio corpo e della sua iterazione con lo spazio architettonico di quel luogo. Questo è visibile chiaramente nelle due performance Mi adatto e Mi ascolto.


Nella prima Chiara cerca di adattarsi a porzioni di habitat esterni con il suo corpo: tale adattamento richiede uno sforzo non facile, una serie di tentativi, che sono numerati ventuno volte per aderire a una superficie esterna. Ventuno – le volte in cui l’artista si adatta – non è una cifra casuale ma è il numero che secondo diverse teorie è necessario per trasformare un’azione in un’abitudine.  Nel video si succedono habitat urbano, habitat domestico, habitat naturale, habitat virtuale/potenziale e all’interno di questi luoghi l’artista ragiona per sineddoche: sceglie di aderire proprio a quella superficie, perché rappresentativa di una parte per il tutto. Cercando di essere duttile materia adattativa, realizza un corpo a corpo, un incontro-scontro, che ancora una volta la porta a conoscenza del suo “corpo limite”.


Mi Ascolto è invece la più intima e introspettiva delle performance, evoluzione dei precedenti lavori pittorici incentrati sui Paesaggi interiori. Qui non c’è più una tela, c’è la volontà di andare oltre la materia, con paesaggi interiori non più dipinti ma vissuti. L’azione consiste in un auto-isolamento dal mondo esteriore, al fine di un ascolto interiore, mediato dall’ascolto del corpo. Viene utilizzata una strumentazione, un “kit performativo”, che diventa prodotto artistico autonomo, composto da stetofonendoscopio, benda, cuffia antirumore, fascia antirumore e sgabello portatile.






 

L’udito è riconosciuto come senso privilegiato, cercando di eliminare gli altri sensi. Il tema dell’introspezione, per l’artista, rimanda a contenuti filosofici stoici, quali la oikeiosis, ossia la conoscenza del proprio io interiore. Per la performance vengono scelti luoghi significativi, che ricordano situazioni, persone, momenti, in cui l’artista non si era ascoltata, e tempi variabili, a seconda della sessione di ascolto, per un totale di quattro ore e trentacinque minuti.


Nella ricerca artistica dei propri luoghi interiori, Chiara Ventura, non ha paura di entrare in contatto con la sofferenza, con la solitudine e con la frustrazione che questi creano, cerca anzi attraverso la sua arte una sublimazione, un’auto-cura, una terapia per la propria interiorità.

Per tutti questi motivi Corpo Limite non solo ci permette di apprezzare la ricerca, la personalità, il coraggio e la maturità introspettiva di questa giovane artista, ma muove anche i nostri luoghi interiori,  aiutandoci, forse, a riconoscerli, ascoltarli e viverli.

La mostra si inserisce nell’ambito della 10^ edizione di First Step, progetto dell’Accademia di Belle Arti di Verona che coinvolge studenti dell’Accademia in una prima occasione espositiva e studenti dell’Università in una prima esperienza curatoriale.



Chiara Ventura Corpo Limite (Body Boundary)


by Silvia Concari







Never before has Spazio Cordis, a former medical clinic specialized in cardiology and therefore in health and body care, hosted such a site-specific operation: Chiara Ventura’s performances use the body as an exceptional research tool. The exhibition Corpo Limite (Body Boundary) is a path of deconstruction of the inner nature to enhance physical and mental heed of the self and of the (always problematic) encounter with the surrounding world. This is a body of everyday life, far from every kind of idealization, desexualized, sometimes wooden and clumsy, which finds itself almost by chance in front of a camera. The body is imagined as a unit to measure the awareness of the inner and outer world, not through the reassuring anthropocentric modalities of the Vitruvian man, but with the incompleteness and limits of the contemporary human being. “Corpo Limite” means then this: the body as a unit of measurement of the artist in space and time, but contemporaneously also as a limit, a boundary that takes the human being to the self-knowledge. The body also becomes a device used to narrate the difficult relation with the other. The actions venture into complicated mental territories, representative of fatigue, of the adaptive effort and the obstacles to overcome throughout the human existence. In the performance Mi metto all’angolo (I put myself in a corner) - here documented by a video and six photographs - the will of the artist is to de-centre herself and to experience the aesthetic empathy with the corner, a space in harmony with her own inner nature.

Chiara shows herself in the corner in crowded places, where the flow of people is concentrated elsewhere; the corner is a metaphor for marginalization and it is also a social condemnation. The performance stops when anyone notice the artist’s presence: the corner is the point where two walls meet and when the artist makes contact with the other, her marginalization ceases to make sense. Chiara moves along the ridge between positive existential experience and mental distress: she investigates the fragile boundary between the introspective attitude of the subject, which makes itself the object of study, and the obsessive self-observation. In Psicopeso sessantacinque (Mental-weight sixty-five), the focus is on the interference of a specific thought during everyday life. The artist is obsessed by the idea of physically weighing. 
This is a controlling and scheduling numerology, a sort of mental and behavioural defence, with the aim to get used to and coexist with the difficulty of adapting to life. This obsessiveness refers to the issues of Eating Behaviour Disorder, but also to compulsiveness, understood as ritualized action that has the aim of controlling and limiting anxiety.In the performances, both the spatial and temporal dimensions emerge. Time is marked by actions that continuously repeat and occupy a defined and calculated number of minutes and hours; in some performances, time is even reported minutely on a piece of paper, left in the place where the performative action occurred.


With this gesture, the artist wants to “mark” the place, leaving the written testimony of her passage with the weight of her body and of her interaction with the architectural space of that place. This is clearly visible in the performances Mi adatto (I fit) and Mi ascolto (I listen to myself). In the first Chiara tries to adapt her body to portions of external habitats: such adaptation requires a difficult effort, a series of attempts, which are numbered twenty-one times to adhere to an external surface. Twenty-one – the positions through which the artist adapts – is not random but it is the number necessary to transform an action in a habit according to different theories. In the video, the urban habitat, the domestic habitat, the natural habitat and the virtual/potential habitat follow one another and within these places the artist reasons through synecdoche: she chooses to adhere to those specific surfaces because they represent a part for the whole. Trying to be a malleable adjustable material, she executes a body contact, an encounter-clash that once again helps the artist to know her “body boundary”.


Mi ascolto (I listen to myself) is the most intimate and introspective performance of the series; it is the evolution of the previous pictorial work Paesaggi interiori (Inner Landscapes). Here, there is no canvas, but the will to go beyond the substance with inner landscapes which are no more painted but experienced. The action consists in a self-isolation from the external world, in order to achieve an inner listening, mediated by the listening of the body.


The artist uses some tools, a “performative kit” that becomes an autonomous artistic product, formed by a stethoscope, a blindfold, a pair of noise reduction earmuffs, a noise cancelling strip and a portable stool. Hearing is considered a privileged sense, trying to erase the other senses. For the artist, the theme of introspection recalls Stoic philosophical concepts, such as oikeiosis, that is to say the knowledge and awareness of the inner self. To enact the performance, the artist chooses significative places which remind her situations, people, moments in which she didn’t listen to herself, and variable time spans, depending on the hearing session, lasting a total of four hours and thirty-five minutes. In the artistic research of her own inner places, Chiara Ventura is not afraid of coming into contact with suffering, loneliness and frustration that these spaces create, but through her artwork she is looking for sublimation, a self-cure, a therapy for her own inner nature. For all these reasons, Corpo Limite not only allows us to appreciate the research, personality, courage and introspective maturity of this young artist, but also moves our inner places, helping us, perhaps, to recognize them, listen to them and live them.